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Anni luce fa - Mille calci... mille pugni

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di Ferdinando Balzarro

Questo è l’uomo! Un folle che ha pensato di poter volare senza ali e inabissarsi nelle profondità marine senza branchie. Un pazzo che ha immaginato di scalare un “ottomila” senza ossigeno e di saltare più alto della gazzella e correre ancora più veloce del ghepardo. Quest’uomo, questo inguaribile folle, ha immaginato per fino di sconfiggere la morte. E lo ha fatto nell’unico modo per lui possibile. Ha immaginato di possedere un’anima, e per essa ha immaginato un’altra vita oltre quella che sta vivendo, e per essa ha immaginato l’eternità, Ecco cosa accomuna tutte le culture del Mondo: la “follia” di immaginare il superamento di se stessi attraverso sfide estreme. Una scommessa continua contro le poco permeabili frontiere difensive erette dalla mente. Rammento una frase che, durante le nostre animate discussioni, il maestro e amico Giuseppe Perlati soleva ripetermi: “... sono grato al maestro Shirai perché sa come liberare la mia follia.., sì... non si può praticare karate senza conoscere la singolare dirompente potenza che essa è in grado di sprigionare”. Ora, per quanto paradossali, credo di comprendere meglio il significato di quelle parole. Ora credo di capire meglio che cosa, oltre ai muscoli, si stava rafforzando dietro quei mille calci e quei mille pugni.

Ogni mattina, mentre comincia a formarsi quel magico amalgama di ombre e luci che è l’alba, il parco in prossimità della mia abitazione si anima della sommessa presenza di un quieto gruppetto di uomini e donne. Si muovono lenti imitando i gesti del maestro, il quale pare aver trovato nelle sinuose forme dal tai-chi l’equilibrio perfetto tra i movimenti del corpo e i sussulti dell’anima. Mentre li osservo e istintivamente ne condivido la fluida gestualità, ho la sensazione di assistere a un grande momento di pace.

Vuota la mente, rilassa i muscoli, allenta i nodi, segui il tuo respiro dentro le braccia, tra le dita delle mani, seguilo nel ventre prima di lasciarlo scorrere giù verso le gambe, e prima che imbeva la terra che tutti ci sostiene. Sciogli l’ansia che si insinua nella gola, aiutala a sfuggire attraverso i pori della pelle...

Mi rivedo avvolto dalla luce cruda e vischiosa di quel ferragosto milanese, le pareti del dojo sembrano trasudare la nostra stessa fatica, la gamba destra ormai ridotta a unico groppo di acido lattico continua a sollevarsi pochi centimetri da terra, nel tentativo di portare il suo millesimo mai-geri. La mente paralizzata in un unico pensiero cerca di abbandonare il corpo al suo disfacimento come se non volesse più appartenervi. Nello sguardo appannato e vuoto dei miei compagni riconosco il mio sguardo. Di tanto in tanto qualcuno, alle mie spalle, per darsi coraggio strilla il suo kiai al quale subito, simili a lupi braccati, fanno eco altre grida stridule, e rabbiose, o forse disperate...

Il contrasto con l’armonia rilasciata dagli esercizi ai quali ora sto assistendo e fin troppo evidente, quasi doloroso.

E allora? Allora occorre rifarsi al concetto originale di “metodo”. Senza chiarire questo punto difficilmente ne verremo a capo o, peggio ancora, non faremo che dubitare della giustezza di un “metodo” a favore dell’altro e passeremo quel che resta della vita a spostarci dall’uno all’altro, e poi a un altro ancora, con il rischio concreto di non comprenderne alcuno e diffidare di tutti. Un “metodo”, è degno di avvalersi di tale nome, solo quando ha dimostrato di aver vinto la sua battaglia contro il tempo e di aver superato, pressoché indenne, epoche, tendenze, e volubili mode. Il fatto che un giorno ci indusse a seguire proprio quello piuttosto di altri (ancorché di diversa matrice culturale ed espressiva, ma teso agli stessi obiettivi), come sempre, dipende dalle circostanze di continuo mutevoli e dall’ottusa sorte. Sfido chiunque a identificare con esattezza le cause di ciò che succede o a rintracciare le coincidenze di ogni singolo avvenimento. Per molti di noi, in quei tempi confusi, è accaduto di credere che stavamo facendo e, sorretti da una determinazione al limite della “follia”, abbiamo ritenuto fosse giusto farà ciò che facevamo.

Sì! L’inquietudine di quegli anni ci spingeva a tentare con ogni mezzo di aggiungere qualche cosa di grande alle nostre piccole vite. Qualche cosa che non si poteva comprare ma solo conquistare. Qualcosa che con il pretesto di rafforzare il corpo si rivolgeva allo spirito. Resta inteso che chiunque, al quale venisse unanimemente riconosciuta la genialità dell’innovatore e la grandezza del trascinatore, potrà dedicassi allo studio e alla divulgazione di un nuovo “metodo” che in secula seculorum porterà il suo nome.

Ma questa, come si suole esclamare quando non si ha più nulla da dire, questa è un’altra storia.

ferdbalz@tin.it

Per gentile concessione della rivista Samurai Banzai
Mese di Dicembre - Anno 2004
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